Nello sport, più che negli altri campi, ho avuto parecchi idoli di diverso ordine e grado; qualcuno l'ho già nominato, qualcuno no.
Crescendo, superando una soglia d'età meno avvezza agli idoli e più ai commenti, lavorando in un campo in cui talvolta si toccano con mano certi mondi (e talvolta ci si scotta pure), considero che difficilmente da qui in avanti "perderò la testa" per qualcuno che fa canestri, gol, aces, o scala a tutta una salita. Il che - spero - non vuol dire che smetterò di seguire con passione lo sport, ci mancherebbe.
Ebbene, il mio ultimo idolo nel senso giovanile del termine è proprio quello che va tanto di moda in questi giorni. Alessandro Del Piero.
Idolo lo divenne quel giorno di 13 o 14 anni fa, quando la Juve stava perdendo in casa contro la Fiorentina e su Quelli che il calcio c'era Zeffirelli (quello che non aveva problemi a dire certe cose sull'Heysel) che stappava spumanti per la ormai certa vittoria viola. 2-0, 2-1, 2-2. Stavo uscendo per andare al palazzetto, scendo a suonare il campanello di un mio amico e quando torno in macchina vedo Tommy che salta tarantolato. La radio urlava: "Un gol che abbiamo visto fare, forse, solo a Maradona". Del Piero si era definitivamente svelato al mondo con quella sforbiciata al volo che ritengo sia uno dei gol più belli che abbia visto.
Da lì in avanti l'ho sempre difeso, anche contro le evidenze. Ne ha passate tante il ragazzo che aveva in camera il poster di Platini, quello che metteva il divano a far da barriera e lo aggirava in salotto col pallone di spugna, quello cui il babbo aveva approntato una rudimentale illuminazione per farlo giocare in giardino.
Mai compreso fino in fondo, mai difeso fino in fondo, troppo spesso sul banco degli imputati. E lui rispondeva con i "gol alla Del Piero", con un gol di tacco in un'amarissima finale di Champions, con la rete decisiva a Tokio, con quella da dedicare al padre scomparso ai mondiali 2002. Con poche polemiche e diverse risposte intelligenti, merce rara in certi ambienti in cui troppo spesso "quel che decide il mister va bene", "l'importante è che vinca la squadra", "è un gruppo che si trova bene anche fuori dal campo".
Ai Mondiali di Germania ero in piedi a un tavolo quando Alex segnò il 2-0 ai crucchi. Ero quasi in lacrime, sull'orlo della nausea quando tirò il rigore contro la Francia: l'avesse sbagliato sarei stato più male di lui.
E adesso, per la prima e credo unica volta, mi trovo a condividere una frase di Maurizio Mosca: "Aaaaaah... come gioca Del Piero".
Franz12
L'opzione "Speedy Boarding" proposta dagli addetti di Easy Jet su un volo che ha appena annunciato due ore di ritardo (partenza rinviata alle 22.45) è:
- uno scherzo
- un tentativo di autolesionismo
- una strafottenza
A quale antica favola si rifanno le ultime dichiarazioni di Cobolli Gigli, che al posto di Xabi Alonso oggi propone il danese Poulsen («un guerriero che piacerà ai tifosi») come prossimo acquisto della Juve?
- la volpe e l'uva
- la volpe e l'uva
- la volpe e l'uva
Leggo ora sulla Gazzetta online che a Torino è stata dedicata una via a Gaetano Scirea.
E ne sono felice.
Gaetano Scirea, nato a Cernusco sul Naviglio, era un volto noto, pulito, sicuro per il Franz12 bambino. Era il libero (uno dei ruoli più ambiti, chissà perché, quando giocavamo al campo o al pratino, e forse non sapevamo cosa volesse dire) della Juve e della nazionale. C'era al Bernabeu la sera del Mundial, c'era sugli album, c'era ogni volta che la Juve vinceva. Ma là, Cabrini brillava e fluidificava, Boniek parlava, Platini illuminava qualsiasi cosa, Rossi segnava, Zoff parava tutto, Gentile non lasciava scampo, Brio svettava, Bonini metteva ordine. E Gaetano? Non parlava e non sbagliava mai. Soprattutto nessuno osava parlare male di lui, perché non ce n'era motivo per nulla.
Giocava pulito, non protestava, qualche volta si avventuarava in avanti e infatti da una sua azione prolungata nacque uno dei tre gol alla Germania Ovest.
Gaetano morì su una strada polacca nell'89: era là per la sua Juve, per il suo amico Zoff (zero discorsi, tanta solidità) a osservare - mi pare - il Gornik Zabre avversario di Coppa Uefa. Noi andavamo al Grest, che aveva sostituito il "Settembre dei ragazzi" all'oratorio. Con qualche assistente di provata fede bianconera (Tito su tutti) realizzammo un grande cartellone-collage con le foto ritagliate dai giornali.
Resistette anni nei locali dell'oratorio: nessuno osò toccarlo.
Perché Gaetano Scirea, con quel nomecognome un po' strano, con quel neo sul mento, con quell'aria di persona per bene, rimane un intoccabile. Un esempio perfetto.
Franz12