"School is bad, school is death, school kills everybody... Don't go school, stay at home".
Erano i primi anni Novanta e al liceo il Complesso d'Inferiorità cantava così dalle cassette audio vendute sottobanco e impacchettate nel cellophan. Forse il signor "Dallapartedispessotto" detiene ancora quella che comprammo in società.
Oggi la scuola torna a esplodere, e io non mi voglio pronunciare perché non conosco l'argomento. Quel che mi ricordo io di scioperi e autogestioni è anzitutto il fatto che avevo una gran paura di essere strumentalizzato. Motivo per cui al massimo ho partecipato a un corteo per 300 metri, ben attento a non farmi mettere in mano bandiere o striscioni. Non ci sto, a farmi contare come militante. Pecoronizzato, colorato, definito.
Di okkupazione e autogestione se ne parlò quando ero in quarta e quinta. Non ricordo se qualcuno occupò davvero al liceo: forse una o due notti così, tanto per fare il beau geste. Di certo la prima autogestione fu tutto sommato divertente e quasi utile. Lezioni autoconvocate, partecipate da tanta gente. Musica live, testimonianze di ex studenti che parlavano di università. Utilità poca, è vero. Ma c'era un sottofondo piacevole, senza tanti livori.
Il secondo anno cambiò tutto: i duri e puri alzarono il livello di agitazione e trovarono molti meno consensi. Litigai con un compagno che voleva impedirci di andare a lezione, quasi a mani in faccia. Ma il capolavoro fu il cartellone con la scritta cubitale "STRONZI" dedicata a tutti noi che non partecipammo alla rivolta.
Lì ci fu l'applauso più caldo, sentito e fragoroso mai raccolto in vita mia. Fu la prima e ultima volta che parlai in un'assemblea d'istituto, davanti a 400 persone, compresi alcuni miei carissimi amici (e lo sono tutt'ora) che mi diedero dello stronzo e che chiesero di spiegare perché non partecipavamo all'autogestione pomeridiana.
"La scuola non è un centro sociale, né un oratorio, né un campo sportivo. E voi non avete diritto di giudicare chi non vi segue: cosa ne sapete di come spendono il tempo libero? Con che diritto vi giudicate migliori? Come vi permettete di chiederci una giustificazione?".
Novantacinque minuti d'applausi.
Franz12
L'ultima volta mi è capitato martedì scorso. Giornata lunga di lavoro, conclusa con pizza in limitata compagnia (nel senso che eravamo in quattro) in uno dei pochi locali cittadini aperti all night long.
Eccolo, il mondo delle pizzerie notturne. Il fatto che Varese sia limitata rispetto a una grande città rende forse ancora più curioso il mondo che le popola. C'è di tutto, è divertente immaginare cosa fanno e chi sono tutte quelle persone in sala con te. Arrivano attori e ballerini che si sono esibiti a teatro, improbabili famiglie sudamericane con ragazzini e nonni che a quell'ora dovrebbero essere altrove (non necessariamente a letto, ma neppure a cena all'una di notte o peggio). E anziani soli ma eleganti, possibili mignotte, possibili protettori e possibili poliziotti in borghese, vai a sapere se in servizio o se alla ricerca di qualcosa da mangiare dopo un turno lungo. D'estate un paio di tavoli sono riservati ai fantini, con l'ippodromo che chiude con l'ultima corsa a mezzanotte abbondante, e prima mangiare non si può per non zavorrare i cavalli.
C'è il tavolo di giornalisti che riconoscono qualche giocatore di squadre minori, reduce magari da una trasferta chissàdove. C'è di certo qualcuno che il poliziotto conosce per averlo visto in Questura, o sullo schedario. Anzi, temo che questa categoria sia ben rappresentata.
Insomma, la pizzeria notturna mi pare quasi una "zona franca", un recinto dove le differenze e i ruoli nella vita sono momentaneamente azzerati, almeno per il tempo di una pizza, una pastasciutta, una birretta. "Ah, prima della pizza portaci una bruschetta, lui invece prende solo il dolce". Poi la porta si riapre, ognuno torna al suo posto.
Vabbé, la prossima volta assoldo un sociologo per accompagnarci. Magari mi spiega qualcosa, e non è detto che confermi le mie sensazioni.
Franz12
Ok
la sbornia è passata, la vita è tornata regolare, normale, il lavoro pure.
Ma la testa è ancora un po' là, ai giorni del Mondiale di Varese: hai voglia a occuparti di cose "comuni" quando per otto giorni sei stato travolto da un evento planetario.
E allora ecco cosa mi rimane, prima di tutto, negli occhi e nella testa.
I cinque minuti in cui Ballan è rimasto in fuga. I più belli, ma anche gli ultimi. Tre anni si concludevano lì, con un italiano in fuga, con le migliaia di persone all'ippodromo che gioiscono, poi soffrono, poi gioiscono, poi soffrono... a seconda dell'inquadratura. La testa che mi gira: urlo, mi appoggio alla tribuna, mi sposto sulla scala per vedere se arriva, torno al posto e Massud saltella peggio di me, El Medio dice qualcosa che non capisco, Pablito urla. Attorno tutti urlano, predicano, predicono, tremano. Poi Ballan arriva. Tutto è bellissimo, tutto è emozionante, tutto è - praticamente e putroppo - finito.
E i giorni prima? L'ammirazione per la cerimonia inaugurale, il privilegio di vederla e raccontarla in anteprima, l'incazzatura a tratti nera per come hanno gestito l'afflusso. E i bambini sotto il podio per l'oro di Malori, la delusione per Noemi e per la nazionale femminile, la cordialità con cui ho conosciuto una medaglia d'argento e il suo entourage.
Infine Varese. I camper, le bandiere di tutto il mondo, le scritte sull'asfalto e quelle appese sugli striscioni. Una Varese che alle 2 del sabato notte è vivace, piena zeppa come la sera (alle 21) del falò di Sant'Antonio. Una Varese al centro dell'attenzione, con gente di ogni tipo che brinda, che scruta, che passeggia. Che fa amicizia sul Montello con il tendone per dar via la birra. Una Varese mai vista. E che mi piacerebbe rivedere, spero non tra altri 57 anni.
Franz12